VENEZIA - Buongiorno Colonnello, sono Anna Beatrice Engelbrektsson Vasa di KAP Venezia.
Innanzitutto desidero ringraziarvi per aver accettato questa intervista; ma prima di cominciare, permettetemi una piccola confessione! Sono una vostra grande ammiratrice: in tanti mesi di guerra vi ho osservato affrontare in piazza provocazioni e attacchi personali con una calma serafica, quasi disarmante; non vi ho mai visto trascinare il dibattito sul piano dell'insulto o della polemica fine a sé stessa e - poiché è una qualità rara - credo sia giusto riconoscerla pubblicamente.
Ma veniamo subito alle domande!
Filangieri (Kap Venezia):
Molti vi considerano uno dei simboli della Resistenza veneziana, vi riconoscete in questa definizione oppure pensate che il merito appartenga soprattutto a chi ha combattuto sul campo?
Colonnello Stevens:
Una guerra vinta, ma diversamente da quanto si sostiene questo vale anche per una perduta, appartiene a tutti coloro che hanno partecipato a diverso grado e titolo, sia al fronte che nelle retrovie, sia con la spada sia con la penna, sia con la produzioni di armamenti che con quelle di derrate alimentari.
Vedete, Anna Beatrice, la macchina bellica è una organismo complesso dove ogni ingranaggio deve saper girare alla giusta velocità e in sincronia con gli altri. Ogni ingranaggio...
Voglio deludere i tanti sognatori, ma non esiste il genio militare solitario, l'eroe senza macchia, il fine stratega o il sottile diplomatico. Esiste il sistema che è fatto di armi, guerra psicologica, diplomazia, soldi. I combattenti sul campo sono ovviamente quelli più esposti e più visibili, sono l'elite, ma sarebbe un errore grave pensare che la guerra si misuri solo con la forza, i numeri soverchianti e gli scontri frontali. Neppure la guerra più antica del mondo di cui abbiamo memoria, quella di Troia, si basò esclusivamente sulla forza d'urto, sulle quantità di uomini e mezzi in campo, ma su un sofisticato rapporto fra quantità e qualità.
La guerra che si è appena conclusa ha da insegnare molto ai responsabili della pianificazione strategica. E' stata una guerra di nuova generazione che ha appunto saputo mettere insieme -ancora in modo sperimentale- questo rapporto fra qualità e quantità, tra forza d'urto e intelligenza. E' quello che noi abbiamo sperimentato e ci ha condotto alla vittoria, sebbene i nostri nemici numericamente ci soverchiassero di quasi un terzo. Spero comprenderete che, al riguardo, potrò dire poco o nulla perché tutta la nostra strategia è coperta da segreto militare; un know how che per noi è fondamentale tentare di tenere gelosamente custodito.
Posso però dire che la Resistenza, così come l'abbiamo concepita, non era avulsa dalle strategie militari e ne è diventato un corollario importante. Siamo stati sottovalutati dal nemico, per lungo tempo sottovalutati, fino a quando non hanno capito che gutta cavat lapidem, anche la goccia perfora la roccia.
Avevo tre obiettivi: galvanizzare la resistenza dei veneziani con atti di sabotaggio e di depistaggio, infiltrare informatori nelle linee nemiche, demoralizzare le forze degli occupanti. L'assalto ai municipi di Lindau in Germania e di Mirandola in Italia avevano lo scopo di dimostrare quanto debole fossero le difese imperiali. I loro strateghi erano del tutto rivolti ad attaccare lasciando totalmente sguarnite le loro città, i civili. La presa della Stiria è stato il livello successivo più elaborato per demoralizzare le truppe nemiche tedesche, che fino a quel momento sembravano granitiche. Ma avevamo in serbo ancora altro che, proprio perché rimasto solo nella pianificazione su carta, non ha senso svelarlo ora.
In conclusione, sì, toccava a me (insieme ad un piccolo gruppo di arditi decisi a tutto) stimolare e compattare l'orgoglio veneziano con azioni militari non convenzionali, con ragionamenti che dovevano irritare il nemico, ma dovevano anche essere un grado di fare ragionare gli imperiali più riflessivi di essere strumentalizzati da pochi in una guerra che di difensivo non aveva assolutamente nulla.
Se tutto questo mi ha fatto diventare un simbolo della Resistenza veneziana diciamo che è stato un effetto collaterale non ricercato, ma davvero a giochi conclusi molto gradito.
Ora, Anna Beatrice, potrete comprendere meglio perché non ho mai risposto alle provocazioni, perché ero io il provocatore che aveva l'obiettivo di dividerli, di farli discutere fra di loro, di convincere i meno burini a guardare oltre il simulacro dell'Auxilium. Eh già, perché noi, prima ancora che scovassimo i colloqui segreti di Glamoran e degli altri, avevamo compreso che c'era qualcosa di più tenace e strisciante che andava ben oltre la sola ricerca della nostra sconfitta militare.
Filangieri (Kap Venezia):
Guardando indietro a questi lunghi mesi di guerra, c'è stata una battaglia o una decisione presa o mancata da entrambe le parti, che col senno di poi, ritenete abbia davvero cambiato o avrebbe potuto cambiare il corso del conflitto?
Colonnello Stevens:
Da parte nostra sono diverse, ma mi soffermerò solo su quattro di queste. La prima è stata - di fronte all'evidente inferiorità numerica iniziale - la geniale decisione di Sua Maestà Oriente di ritirarci a Pola e Parenzo, salvaguardando i nostri organici, le nostre linee di comando e l'unitarietà di azione, consentendoci anche quell'attività di guerra non convenzionale che -consentitemi di enfatizzarlo- è passata per la guerra del silenzio e dell'attesa, che ha fatto saltare tutti gli schemi del nemico, che si era ritrovato a governare un territorio vuoto, senza collaborazionisti (ad eccezione di qualche nostalgico e di qualche prelato), senza vettovaglie e diverse punzecchiature di spilli... insomma terra bruciata e soprattutto così sfuggente da corroderli nella loro psiche. La seconda è stata la tenute ferrea dell'alleanza AEGIS che Sua Maestà Imperiale Faraona ha saputo tenere insieme, nonostante l'incomprensibile defaillance dei Duosiciliani, proprio nel momento in cui potevamo dare una spallata decisiva. La terza è stata quella dell'occupazione della Stiria che ha aperto gli occhi ai tedeschi sulla portata reale della guerra, indebolendo il deep state imperiale particolarmente accanito contro di noi, come peraltro i Glamoran files hanno evidenziato. La quarta è stato l'abile uno-due assestato dai nostri eserciti nello scontro campale che ha trasformato la nostra inferiorità numerica presunta in superiorità effettiva: abbiamo prima parato in difensiva un loro scriteriato attacco sotto le mura di Venezia e poi sferrato noi il knot out all'attacco sotto le mura di Padova quando ancora gli imperiali stavano cercando di riorganizzarsi.
C'è stata una decisione mancata? Sì, più di una, ma non ve le svelo!
Filangieri (Kap Venezia):
Dal punto di vista umano, ancora prima che militare, come giudicate il progetto elaborato da Atum e da parte della dirigenza imperiale di colonizzare Venezia?
Colonnello Stevens:
Questo è un punto delicato e controverso, che coinvolge persone e filosofie di governo dove prima o poi un po’ tutti quelli con un po’ di sale in zucca dovranno fare i conti. Gira da anni in questo mondo una leggenda metropolitana che ci sono due forme di governo: una democratica, l'altra totalitaria. Questa vulgata è semplice propaganda politica; in realtà c'è una sola visione del nostro mondo che è semplicemente oligarchica, che si basa esclusivamente sui rapporti di forza. Già da tempo avevamo intuito che la forte entità veneziana dava fastidio al confine orientale dell'Impero. Forte non tanto numericamente, quando politicamente. Da tempo più o meno consapevolmente alcuni fuorusciti veneziani si sono prestati al gioco dell'indebolimento della Serenissima nella speranza di governarla, fosse anche sotto il tallone imperiale. Il progetto di Atum era quello di "normalizzare" Venezia promettendo a qualche ex veneziano di tornare o a qualche modenese di arrivare al governo della Serenissima. Ma visto che gli ex veneziani si possono cercare solo col lanternino, avevano perfino pensato di fare trasferire o far nascere nella Serenissima tanti piccoli Atum – non nel senso di copia fisica, ma di visione culturale, sociale e politica - con la speranza di prendere il potere "democraticamente": 130 coloni allineati e coperti, alla faccia della democrazia! Visto che manco quello ha funzionato, hanno mandato il prode Daygar con il suo esercito multietnico e i vari tipi alla Felpato e alla Dora Belladonna.
Ma per capire meglio la vicenda dovremmo ricordare un po’ tutti l'intero percorso che l'Impero ha compiuto per "normalizzare" Siena dall'uscita dei ManoNera.
Atum e la sua stretta cerchia oligarchica hanno cercato di riproporre per Venezia, in lettura rivisitata e corretta, la strategia che si è andata formando nel corso degli anni per spersonalizzare Siena. Fate mente locale, o rileggetevi le invettive di Ispanico relative a Siena e a Glamoran per non trovare anche a Venezia la stessa strategia di sostituzione etnica, che avrebbe dovuto portare Venezia in un ambito politico dipendente da quello imperiale, giocando sullo stigma che ancora oggi la propaganda politica avversa fa gravare su Sua Maestà Oriente. Venezia è dittatura, l'Impero è democrazia, sembra ripercorrere lo stesso percorso degli anni passati quando la Siena dei Manonera era dittatura, in quanto tale, e quindi il male assoluto da abbattere. Tutto questo per trovare una pezza giustificativa moraleggiante, lì dove non c'è uno straccio di etica, ma solo rapporti di forza.
Da analista della guerra psicologica posso dire in piena onestà che, tolta la superfetazione moraleggiante sulle forme di governo su cui lavoriamo noi manipolatori di coscienze, restano esclusivamente i rapporti di forza in ogni provincia di questo mondo.
Quindi per rispondere alla vostra domanda, posso dire da analista di cose militari che non è utile soffermarsi sotto il profilo umanitario (è una questione che attiene alle coscienze dei singoli). Il progetto di Atum era quello di annientare l'attuale gruppo dirigente di Venezia, di rafforzare lo stigma su Sua Maestà Oriente in modo da annichilirla e di prendere in mano la Serenissima, attraverso “inutili” idioti premiati con blasoni e patacche e tenuti alla pastoia imperiale.
Eppure voglio rasserenare le tante anime candide che calcano queste terre: per diretta esperienza posso affermare che non ho trovato alcuna coercizione a Venezia, ma schiettezza e lealtà, a fronte delle obliquità e dei doppi fini che ho vissuto in altre province italofone. Occorre solo entrare in una logica relazionale diversa che bandisce l'inutile contrapposizione. A Venezia abbiamo una leader carismatica, c'è una comunità che ha accettato questa guida politica e che non ciurla nel manico, non gioca su due e tre tavoli. E' quel senso profondo di lealtà che altrove si è smarrito da tempo, che altri vorrebbero si smarrisse anche qui, e che in questa guerra ci ha reso invincibili sia quando si temeva sia quando si era sicuri di vincere.
Filangieri (Kap Venezia):
Oggi le armi tacciono; pensate che questa tregua sia destinata a durare oppure ritenete che rappresenti soltanto una pausa prima di un nuovo conflitto? E cosa ne pensate del Trattato?
Colonnello Stevens:
Bah... il mio pessimismo della ragione mi dice che la pace è solo una parentesi fra due guerre; e dipende solo dalla saggezza di chi governa se questa pausa sarà più o meno lunga. Il Trattato? Un gioco delle parti, un tentativo di dire quello che non si può dire e di consentire alla parte perdente di non ammettere di aver perso. Diversamente da quanto sbraitato da qualche modenese o milanese, i negoziatori con questo trattato hanno evitato semplicemente la disfatta militare della grande armata imperiale. La Fase tre avrebbe fatto vedere molti sorci verdi in molti luoghi di questo mondo...
Filangieri (Kap Venezia):
In questi mesi siete diventato una presenza familiare per moltissimi veneziani con il vostro ormai celebre "Bong Bong, buonanotte Venezia...". Possiamo sperare di continuare a sentirlo, magari in tempi più sereni, oppure è arrivato il momento di salutarci?
Colonnello Stevens:
Tutto ha un inizio ed una fine. Quelle trasmissioni avevano una funzione ben precisa, che oggi non ha alcun senso riprendere. Ma statene certi, si archivia un capitolo, il Colonnello Stevens però rimane in servizio permanente. I suoi servizi di intelligence entreranno in modalità carsica, continueranno a raccogliere informazioni, a intrecciare relazioni più o meno inconfessabili, a monitorare il nemico ... chiedo scusa, l'ex nemico! Insomma qui il servizio non disarma.
Filangieri (Kap Venezia):
Rivolgendovi oggi ai cittadini veneziani che hanno vissuto questa guerra, quale sarebbe il vostro messaggio?
Colonnello Stevens:
Prima vorrei dire una cosa, Vorrei dire agli ex veneziani, ai modenesi, ai milanesi, a coloro che ci odiano: non avete capito nulla di questa Venezia. Voi ne fate solo una questione di potere, noi ne stiamo facendo una questione identitaria, comunitaria, che sa di avere un capo, senza cercarsene di improbabili ad ogni stormir di fronde.
Ai miei concittadini dico: volevano cancellarci dalla faccia della terra, sono riusciti sono a rafforzare una vera e coesa comunità intorno a Sua Maestà Oriente. Oggi Venezia è più forte di ieri. Lo è politicamente, lo è militarmente, lo è moralmente. Dobbiamo essere orgogliosi di quello che siamo stati e siamo ora: conquistatori dei mari, viaggiatori ai confini del mondo, eroi senza clamore di una quotidianità fatta di piccole cose, come quelle del Pojana. Ma da oggi saremo molto più vigili, molto più di ieri. Un tarlo nella nostra testa sono riusciti ad infilarlo e guarderemo con attenzione ai nuovi nati e ai nuovi trasferiti. Lo faremo per salvaguardare noi, la nostra vita, le nostre case e... perché no ... il nostro senso di lealtà reciproca.
Filangieri (Kap Venezia):
Ultima domanda: chi è il colonnello Stevens?
Colonnello Stevens:
Anna Beatrice... una spia può dire in giro di essere una spia? :wink:
Filangieri redattore KAP Venezia CC Capo redattore KAP Venezia
International KAP per segnalazioni o diritto di replica: http://forum.renaissancekingdoms.com/viewforum.php?f=4597
01/07/1474La guerra è finita
VENEZIA - C’è un momento in cui le armi devono tacere e gli uomini devono sedersi a un tavolo. Quel momento è arrivato: AEGIS e SRING hanno firmato la cessazione delle ostilità e dopo mesi di guerra, hanno sottoscritto il trattato che pone formalmente fine al conflitto, disciplinando il ritiro delle armate, la restituzione dei territori e un periodo di non aggressione tra le parti. Finisce così una delle guerre più lunghe e faticose mai raccontate dalla nostra storia.
L'accordo chiude una campagna militare che ha visto l'alleanza AEGIS prevalere sul piano strategico e operativo, smentendo l'impostazione con cui una parte della classe dirigente imperiale aveva affrontato la guerra, convinta di poter imporre la propria volontà, fino ad immaginare un nuovo assetto territoriale della Serenissima.
La storia di questo conflitto è fatta di cifre pesanti: lo SRING, sopratutto, lascia sul terreno armate, mezzi e un'intera provincia, la Stiria. Una situazione che, nel corso delle ultime settimane, ha alimentato crescenti malcontenti ed interrogativi sulla conduzione delle operazioni belliche e sulle scelte strategiche compiute dai vertici del comando. Le decisioni assunte da figure come Glamoran o dal gruppo dei DB sono state oggetto di numerose critiche da parte di molti imperiali, soprattutto dopo una serie di offensive che hanno portato 400 uomini a cadere sotto il fuoco nemico.
Il trattato, tuttavia, non rappresenta soltanto la conclusione delle ostilità, ma segna anche la fine di una narrazione che, per mesi, ha accompagnato il conflitto e sostenuto che fosse la Serenissima a nutrire mire espansionistiche nei confronti dell'Impero. I documenti emersi nelle scorse settimane e in particolare le dichiarazioni di Glamoran, hanno invece offerto una prospettiva opposta, smentendo la propaganda e dimostrando come, all'interno delle stanze più riservate dello SRING, si discutesse non soltanto dell'annessione di territori veneziani, ma persino della futura colonizzazione della Serenissima.
L'11 aprile 1474 l'allora Imperatore Atum emanava il decreto di annessione di Verona e in quella circostanza la città non veniva semplicemente occupata militarmente, ma incorporata "in perpetuo" nel Ducato di Modena. Contestualmente, l'Araldica imperiale riceveva mandato di ridefinire ufficialmente i confini del nuovo territorio, trasformando quella conquista in un assetto che avrebbe dovuto essere definitivo. Non si parlava quindi di un'occupazione temporanea, ma di una nuova realtà destinata a durare.
Ma c'è di peggio: le carte riservate, pubblicate in piazza hanno rivelato un piano ancor più aberrante, che durante la stessa amministrazione Atum veniva preso in considerazione. Un progetto di sostituzione etnica, con lo spostamento di cittadini imperiali nelle terre conquistate. Elementi che, letti oggi nel loro insieme, restituiscono l'immagine di una strategia che andava ben oltre la semplice conduzione della guerra e che sembrava presupporre, come esito naturale del conflitto, la definitiva scomparsa della sovranità veneziana sui propri territori.
Alla luce di questi elementi e delle numerose testimonianze raccolte, tanto in conversazioni riservate quanto in consessi pubblici, la sensazione è che una parte significativa della classe dirigente imperiale - e in particolare di quella modenese - fosse realmente convinta che Verona sarebbe rimasta stabilmente sotto il controllo dello SRING e che, con il protrarsi della guerra, anche Padova avrebbe potuto seguire la stessa sorte.
In alcuni ambienti sembrava persino darsi per acquisita l'idea che la presenza veneziana fosse destinata a scomparire, fino a lasciare spazio a quel progetto di colonizzazione concepito durante la gestione Atum.
Ma l'esito finale della guerra racconta invece una storia molto diversa: Verona e Padova restano alla Serenissima e il trattato riconosce il ripristino dell'assetto territoriale precedente al conflitto.
Un epilogo che infrange brutalmente i sogni e le illusioni di qualcuno che pensava che una parte del territorio veneziano fosse ormai destinato ad entrare stabilmente nell'orbita dello SRING e che la presenza veneziana su quelle terre appartenesse ormai al passato.
Quei sogni si sono infranti contro la realtà: da questa mattina a Padova sventola di nuovo la bandiera di San Marco e presto accadrà anche a Verona.
Le città tornano dove sono sempre state e dove la storia e l’esito di questa guerra hanno deciso che debbano stare, con buona pace di chi, nei mesi scorsi, si era già venduto la pelle dell'orso, prima di averlo ucciso.
A suggellare la fine delle ostilità, stamattina è giunto anche il comunicato di Sua Maestà Olimpia Oriente Frescobaldi Noparti, Reggente della Serenissima Repubblica di Venezia. Nel documento viene annunciato il rientro di Padova sotto la sovranità veneziana e il prossimo ritorno di Verona, definita "naturalmente" parte della Serenissima.
Nel medesimo comunicato, Sua Maestà Oriente ha ribadito che Venezia crede fermamente nella pace tra gli Stati sovrani; ma ha tuttavia ricordato come, nel corso della guerra, città veneziane siano state formalmente annesse all'Impero e come siano emersi progetti destinati a modificare la composizione della popolazione della Repubblica.
Il messaggio rivolto allo SRING appare quindi inequivocabile: la Serenissima considera concluso il conflitto ed auspica una pace destinata a durare ben oltre il periodo di non aggressione previsto dal trattato. Ma una pace potrà essere davvero stabile soltanto a condizione che cessino definitivamente ogni mira, ogni pretesa, ogni progetto volto a modificare la composizione della popolazione della Serenissima e, più in generale, qualsiasi iniziativa diretta a mettere in discussione o in pericolo la sovranità, il legittimo governo e l'indipendenza dello Stato veneziano.
International KAP per segnalazioni o diritto di replica: http://forum.renaissancekingdoms.com/viewforum.php?f=4597
24/06/1474Conversazione con Ispanico
Venezia - Negli ultimi giorni, alcuni documenti provenienti dalle stanze più riservate dell'Impero hanno acceso un dibattito all'interno degli ambienti sani dello SRING e, naturalmente, anche in Serenissima.
Le carte rese pubbliche hanno infatti portato l'attenzione su un abietto progetto e su discussioni strategiche maturate negli ultimi mesi, tra cui l'ormai nota proposta di colonizzare Venezia. Ma non è questo l'unico elemento ad aver suscitato interrogativi, perché tra i nomi presenti nelle discussioni compare anche quello di Jean de Brabant, figura da anni al centro di polemiche per i suoi stretti rapporti con ONE e la cui influenza negli ambienti imperiali avrebbe dovuto cessare secondo gli impegni assunti in occasione della pace con R2S.
Una presenza che ha portato molti osservatori ad interrogarsi sulla reale continuità tra la precedente gestione Atum e l'attuale amministrazione imperiale. Al di là delle singole responsabilità, i documenti sembrano infatti delineare l'esistenza di un sistema di potere nel quale persone, idee e relazioni sopravvivono ai cambi di governo, attraversano amministrazioni diverse e mantengono un'influenza costante sulle scelte strategiche dell'Impero.
A portare questi documenti all'attenzione dell'opinione pubblica è stato IspanicoII, che ne ha diffuso il contenuto. Per comprendere meglio la sua lettura dei fatti, KAP Venezia lo ha incontrato e gli ha rivolto alcune domande.
Filangieri (KAP Venezia):
Lord Ispanico, è un piacere incontrarvi e grazie per aver accettato questa intervista. Per i lettori che vi conoscono meno, vi chiedo brevemente di dirci: chi è Ispanico? Qual è stato il percorso politico e quali eventi ritenete abbiano maggiormente segnato la vostra vita?
Ispanico:
Chi è Ispanico? Non saprei dirlo con certezza, e diffido di chi si definisce troppo facilmente. L’uomo non è una statua compiuta, ma una figura cangiante, scolpita ogni giorno dagli occhi di chi la osserva. Per alcuni sono stato un ribelle, per altri un empio, un seduttore, un soldato, un traditore, un re o un folle sognatore. Io, più semplicemente, sono un uomo che ha cercato di vivere con intensità. Un uomo che ha vissuto la vita al massimo facendo sempre ciò che credeva giusto. Ognuno si muove in base alla propria fame, ma molti hanno lo stomaco debole. Chi ha fame di potere chiama “ordine” la catena che impone agli altri; chi ha fame di sicurezza si accontenta di qualunque catena pur di avere un riparo. La mia fame è diversa: è fame di libertà e di giustizia vissuta a testa alta. Ho vissuto la vita al massimo, senza sconti, facendo sempre e solo ciò che ritenevo giusto, anche quando il mondo intero lo chiamava errore. Se ho bruciato ponti o assaltato palazzi, non l'ho fatto per distruggere, ma perché persino un crollo, se vissuto in nome della libertà, ha uno splendore che appartiene solo a chi ha il coraggio di scegliere il proprio destino.Non mi proclamo innocente, né chiedo assoluzioni. Chiedo solo di essere guardato per ciò che sono stato: non un santo, non un servo, non un uomo nato per chinare il capo. Un peccatore, forse, ma mai un’anima tiepida.
Filangieri (KAP Venezia):
Chi era Glamoran per Ispanico e cosa è cambiato nel corso degli anni?
Ispanico:
Ci sono persone che incidono la tua storia e altre che ne sfiorano appena il bordo. Glamoran non è stata un faro né una tempesta, ma solo un po' di vento contrario. Più che un capitolo, una parentesi che ho già chiuso. Quando si vive con intensità, si impara a distinguere ciò che pesa da ciò che fa solo polvere. Lei, nel mio cammino, è stata solo polvere che il tempo ha già disperso.
Filangieri (KAP Venezia):
Negli ultimi giorni molte persone hanno concentrato la propria attenzione solo sulla figura di Glamoran. Secondo voi il punto centrale della vicenda è davvero Glamoran, oppure il fatto che all'interno dell'Impero sia esistito un progetto abietto che coinvolgeva molte persone – non solo Glamoran - e che prevedeva la colonizzazione di Venezia?
Ispanico:
No, il punto centrale non è Glamoran. O almeno, non solo lei. Se ho concentrato parte del racconto sulla sua figura, è perché ne conosco la storia, il percorso, le contraddizioni. Non volevo ridurla a una vendetta personale, né trasformarla nell’unico capro espiatorio di questa storia. L’ho fatto perché il suo nome è una lente: attraverso di lei si vede chiaramente il volto di chi oggi siede nelle stanze imperiali e pretende di decidere il destino dei popoli. Glamoran è un esempio. Un volto. Una porta d’ingresso. Ma dietro quella porta c’è un sistema. Il vero scandalo è che dentro l’Impero sia stato anche solo concepibile trattare Venezia come una terra da conquistare, amministrare e rimodellare secondo i desideri del vincitore. Questo è il fatto grave. Non il mio giudizio su Glamoran, non il suo passato, ma la cultura politica che ha legittimato questo pensiero. Quando un potere discute del destino di una città libera come se fosse materia inerte, uno spazio vuoto da riempire o un corpo da piegare, non siamo più di fronte all'errore di un singolo. Siamo davanti a una malattia profonda. Per questo non accetto che si chiuda la faccenda sacrificando un solo nome. Sarebbe troppo comodo per tutti. Glamoran è la figura che ho scelto di indicare perché la sua parabola rende visibile la decadenza dei salotti imperiali. Ma l'orrore vero è che quel modo di pensare abbia trovato spazio, ascolto e piena cittadinanza nel cuore delle istituzioni. Io non sto indicando una donna. Sto indicando una mentalità. Ed è quella mentalità, oggi, a essere molto più pericolosa di qualsiasi singolo volto.
Filangieri (KAP Venezia):
I difensori di Glamoran sostengono che il progetto dei 130 coloni non fosse suo ma del suo predecessore. Tuttavia, leggendo i documenti, colpisce un altro elemento: indipendentemente da chi abbia formulato la proposta, attorno al tavolo sedevano e siedono gli stessi nomi che da anni e anni guidano l'Impero, incluso Jean de Brabant. Alla luce di ciò, ritenete che il vero tema sia la responsabilità individuale di una sola persona oppure il fatto che figure legate all'era Didicus/Atum e ai rapporti con ONE continuino a esercitare un’enorme influenza all'interno dei processi decisionali imperiali, con il silenzio e la connivenza di tutti, inclusa la stessa Glamoran?
Ispanico:
Il vero scandalo è che un’aberrazione del genere abbia potuto circolare liberamente nelle stanze imperiali. Che sia stata discussa, valutata, persino ereditata come una normale opzione politica. Questo non è l'errore di un singolo; è il sintomo di una malattia profonda. Quando attorno ai tavoli del potere siedono, da anni, sempre gli stessi volti, le stesse influenze e le stesse ombre cresciute tra l’era Didicus, l’era Atum e i rapporti mai davvero chiariti con ONE, non si può parlare di un incidente di percorso. Questa si chiama continuità. In questo scenario, Jean de Brabant non è solo un nome: è il simbolo di una casta che sopravvive a ogni tempesta, a ogni promessa di cambiamento, a ogni disfatta. Cambiano i sovrani, cambiano gli slogan e le scuse, ma certe figure restano lì, cementate nelle fondamenta stesse dell’Impero. E allora la domanda vera è una sola: chi governa, davvero? Chi indossa la corona, o chi da decenni ne orienta le scelte nell'ombra? Il fulcro della questione non è Glamoran. È un Impero che recita il copione della svolta e poi stringe patti con i fantasmi del passato; un Impero che giura di voler voltare pagina, ma tiene il dito inchiodato sempre sullo stesso capitolo. Quando il potere non ha più la forza di liberarsi delle sue vecchie ombre, significa che quelle ombre hanno smesso di essere un residuo del passato. Sono diventate il vero governo.
Filangieri (KAP Venezia):
Dai documenti emerge l'immagine di un Impero che, già prima della guerra, ragionava sulla gestione di Venezia dopo una possibile conquista. Ritenete che questo rafforzi l'idea che le provocazioni e le tensioni dei mesi precedenti fossero parte di una strategia più ampia?
Ispanico:
Quei documenti, secondo me, fanno più che rafforzare un’impressione: mettono l’Impero con le spalle al muro. Certo, non voglio dire che ogni parola, ogni provocazione, ogni tensione dei mesi precedenti fosse stata scritta prima da qualcuno. La politica è spesso confusa: ci sono calcoli, paure, orgoglio, errori, improvvisazioni. Però qui il quadro cambia. Se prima ancora della guerra c’era già chi ragionava su come gestire Venezia dopo una possibile conquista, allora non siamo più davanti a semplici incidenti diplomatici. Vuol dire che qualcuno, nelle stanze imperiali, aveva già cominciato a guardare Venezia non come una città libera, ma come una preda. Ed è questo l’aspetto più grave. Una città non viene violata solo quando cadono le sue mura. Viene violata già nel momento in cui qualcuno comincia a immaginarla conquistata, amministrata, rimodellata secondo la volontà del vincitore. Per questo anche le tensioni dei mesi precedenti, alla luce di quei documenti, assumono un colore diverso. Sembrano parte di un clima alimentato giorno dopo giorno: isolare Venezia, descriverla come un problema, esasperare gli animi e preparare il terreno all’intervento. Forse non tutto era scritto. Ma una direzione c’era. Una fame c’era. E quando un potere pensa già al giorno dopo della conquista mentre ancora parla di diplomazia, allora il sospetto non è più fantasia: diventa giudizio politico.
Filangieri (KAP Venezia):
Alcuni osservatori vedono una continuità politica anche tra l'era Atum e l'attuale gestione Merkarios. Durante le trattative di pace con R2S erano state fornite rassicurazioni sul fatto che Jean de Brabant non avrebbe più avuto alcuna influenza sulle scelte strategiche dello SRING. E allora, secondo voi, perché è ancora lì?
Ispanico:
Parliamoci chiaro: io non ero nella stanza quando sono stati firmati i patti. Non conosco gli accordi non scritti, i favori incrociati o le promesse sussurrate a porte chiuse che tengono ancora certe figure inchiodate alle poltrone del potere. Non leggo nel pensiero. Però guardo i fatti. E i fatti dicono che, nonostante le solenni rassicurazioni sbandierate durante le trattative di pace, Jean de Brabant è ancora lì, seduto esattamente dove si decide il destino dell’Impero. Questo basta e avanza per farsi una domanda legittima: quelle promesse erano reali o erano solo fumo negli occhi per superare un momento difficile? Non mi interessa trasformare Brabant nel cattivo di un romanzo. Il problema è molto più serio. Se un uomo che doveva essere tagliato fuori dalle scelte strategiche continua a girare intorno ai dossier che contano, la colpa non è sua. È del sistema che glielo permette. Forse sa troppo. Forse pesa troppo. O forse, semplicemente, l'Impero non può permettersi il lusso di spezzare i fili che lo legano al passato. Non ho certezze, ho dubbi politici. Ma in politica la presenza fissa di certi nomi urla molto più forte di cento proclami di rinnovamento. Ecco perché la continuità tra l’era Atum e la gestione Merkarios non è la fantasia di qualche retroscenista malizioso. Se cambi l'insegna ma dentro il negozio trovi le stesse facce, le stesse influenze e gli stessi silenzi, trarne le conclusioni è inevitabile. La verità è semplice: Jean de Brabant è ancora lì perché l’Impero non ha mai voluto recidere le sue vecchie radici. E se la linfa è sempre la stessa, non basta cambiare il giardiniere per raccontarci che il bosco è nuovo.
Filangieri (KAP Venezia):
Dopo la pubblicazione dei documenti, che giudizio date dello stato attuale della classe dirigente imperiale?
Ispanico:
Il mio giudizio è netto: oggi la classe dirigente dell’Impero è nuda. Non è questo documento ad averla resa peggiore; si è solo limitato a spogliarla, mostrandola per quello che è sempre stata: un potere arroccato, logoro, abituato a confondere il governo con la proprietà privata e la strategia con la manipolazione. Ma la cosa più sconcertante non è nemmeno quello che avevano progettato alle spalle di Venezia. È quello che è successo dopo. Nessun sussulto di vergogna, nessuna rottura, nessun'assunzione di responsabilità. Solo arrampicate sugli specchi, burocratese difensivo e fango scaricato contro chi ha osato sollevare il velo. È questa la linea di demarcazione: una classe dirigente sana si scandalizza davanti all'abisso. Una classe dirigente in decomposizione si scandalizza della luce che lo illumina. L’Impero non è in mano a leader forti, ma a uomini terrorizzati dalla verità. E quando un potere inizia a temere la realtà più della sconfitta, la sua decadenza non è più un'ipotesi: è già cominciata.
Filangieri (KAP Venezia):
C’è qualcosa che vorreste aggiungere in conclusione?
Ispanico:
Ho letto l’articolo della Redazione Imperiale. Una difesa raffinata, quasi elegante: davanti a documenti di una gravità inaudita, l’Impero non trova di meglio che impartirmi una lezione di grammatica. Mi accusano di aver amputato il testo, confuso i soggetti, cercato una centralità che non mi appartiene. E allora chiariamo. Il punto del mio scritto non è mai stato attribuire a Glamoran la paternità di quel progetto. Il punto è denunciare il progetto in sé: un pensiero abietto, circolato indisturbato nelle stanze del potere, dove Venezia veniva trattata come terra vuota da piegare, riempire e correggere. Glamoran l’ho chiamata in causa per un motivo preciso: la sua parabola. Parliamo di una persona con un passato anti-imperiale, vicina a ONE, che ieri si presentava come nemica di questa corona e oggi si ritrova a servirne e difenderne le logiche più marce. Questa è la vera miseria politica e morale. Se poi quel piano sui coloni nasce dal suo predecessore, la sostanza non migliora. Peggiora. Significa che non è stato il delirio improvviso di un singolo, ma un disegno che l’Impero aveva già concepito, valutato e discusso. E la cosa più inquietante è che non sia stato fermato perché ritenuto indegno, ma solo perché difficilmente realizzabile. Non vi ha fermato l’etica. Vi ha fermato la logistica. Possono fare tutte le acrobazie grammaticali che vogliono. Possono insultarmi, definirmi irrilevante, mediocre o manipolatore. Non importa. La mia persona non conta nulla. Conta ciò che quei documenti hanno mostrato: pochi uomini che fanno calcoli al caldo di stanze segrete, centinaia di soldati mandati a morire nel fango, e Venezia trattata come un problema da risolvere con la forza o con l’inganno. Concludo con un appello che va a chi vive dentro l’Impero: soldati, cittadini, nobili che conservano ancora un briciolo di onore. Non confondete questa terra con chi la sta consumando dall'interno. Non lasciate che il vostro sangue e il vostro nome coprano i calcoli di pochi privilegiati. Se l’Impero può ancora ritrovare splendore e pace, non sarà grazie alle sue stanze chiuse, ma al coraggio di chi avrà la forza di spalancarle. Solo voi potete spezzare questa continuità malata. Solo voi potete restituire dignità all’Impero.
Per approfondire:
https://forum.renaissancekingdoms.com/viewtopic.php?t=2559884
https://forum.renaissancekingdoms.com/viewtopic.php?p=97892875#97892875
Filangieri redattore KAP Venezia CC Capo redattore KAP Venezia
International KAP per segnalazioni o diritto di replica: http://forum.renaissancekingdoms.com/viewforum.php?f=4597
21/06/1474Serenissima Repubblica di Venezia - Al termine dell'elezione del Consiglio, RV ha ottenuto la maggioranza assoluta.
Serenissima Repubblica di Venezia (KAP) - La lista Riscossa Veneta è stata la più votata al termine dell'elezione e ha ottenuto la maggioranza assoluta dei posti nel Consiglio. Potrà quindi governare da sola.
Risultato dell'elezione:
1. "Riscossa Veneta" (RV) : 100%
La ripartizione dei voti ha determinato la seguente composizione del Consiglio:
I membri del Consiglio riconosceranno il nuovo principe entro due giorni. Questi dovrà giurare fedeltà al sovrano e assegnare gli incarichi ai consiglieri.
20/06/1474Il sistema Impero: cosa si nasconde dietro la facciata
VENEZIA - Talvolta una sconfitta militare produce conseguenze che vanno ben oltre il campo di battaglia ed è ciò che sta accadendo all'interno del Sacro Romano Impero, dove una serie di documenti, dichiarazioni e scambi tra i più alti responsabili politici e militari stanno offrendo uno spaccato senza precedenti sul funzionamento reale delle stanze del potere imperiale. La disfatta sul campo non è che il sintomo di un collasso politico e strutturale ben più profondo.
La prima rivelazione riguarda un documento diffuso nella tarda serata di ieri che vede come protagonista Glamoran, comandante delle armate imperiali. Nella testimonianza viene ricostruito il processo decisionale che ha portato all'offensiva contro Venezia, ma tra i passaggi più discussi, figura il riferimento ad un progetto alternativo che avrebbe previsto il trasferimento di circa 130 cittadini imperiali a Venezia per "colonizzare" la Repubblica.
Questa formulazione demolisce un intero anno di propaganda imperiale perché, per mesi, la narrazione ufficiale della piazza imperiale è stata incentrata sul rischio imminente di un'invasione veneziana.
Oggi le carte dimostrano il contrario: la tesi della guerra di difesa era un paravento: le provocazioni continue erano solo atti deliberati per innescare un conflitto finalizzato alla presa e all'annessione di Venezia. Un'operazione pianificata a tavolino, cinica e speculare alla retorica pubblica della "patria in pericolo!"
La seconda rivelazione - diffusa stamane - riguarda il ruolo di Jean de Brabant, uomo di fiducia di ONE. Gli accordi politici per favorire la distensione tra l'Impero e R2S prevedevano una condizione tassativa: l'allontanamento definitivo del de Brabant dai centri decisionali imperiali. Era il prezzo da pagare per la pace.
Le conversazioni pubblicate dagli stessi esponenti imperiali dimostrano invece che quel tavolo non è mai stato abbandonato. Jean de Brabant compare costantemente nelle discussioni strategiche, partecipa alle valutazioni di intelligence, interviene nel dibattito sulle operazioni militari e viene citato come interlocutore chiave dai protagonisti delle decisioni di guerra.
La domanda quindi è immediata: se questo soggetto doveva essere estromesso dalle stanze dei bottoni, a quale titolo e per conto di chi continua a orientare le scelte dell'Impero? La risposta risiede nell'esistenza di un livello decisionale parallelo, che risponde a logiche dell’organizzazione criminale ONE e non agli impegni ufficiali dello SRING.
Ma c’è di più: il dato allarmante è la spaccatura tra l’etica pubblica e quella privata. I messaggi diffusi mostrano dirigenti e consiglieri d'alto rango impegnati a discutere strumenti e soluzioni che entrano in aperta contraddizione con i principi di “purezza” e “immacolata trasparenza” da sempre sbandierati dall'Impero.
Il quadro che ne emerge è davvero squallido: la conduzione della guerra è stata affidata a Glamoran, una figura di vertice storicamente e convintamente antimperialista, approdata prima in ONE e poi riciclata dentro l'Impero attraverso repentine giravolte poltronesche.
E questo forse è l'aspetto politicamente più grave dell'intera vicenda: le rivelazioni non colpiscono un singolo individuo o una mela marcia, ma svelano un sistema strutturale.
Dalle carte affiora una rete consolidata di relazioni, influenze e centri di potere opachi, per non dire marci, che sopravvivono ai cambi di governo ed alle crisi. E’ un meccanismo in cui figure che l'opinione pubblica dovrebbe voler vedere marginalizzate - come Glamoran, Jean de Brabant, Lucas e altri - rimangono saldamente al comando e al centro delle decisioni strategiche.
Esiste quindi una scissione totale tra ciò che viene dichiarato ai cittadini e agli alleati internazionali per ottenerne la fiducia e ciò che viene architettato nel segreto delle stanze private.
Ma se questo è ciò che emerge aprendo un piccolo spiraglio sulle carte private dell'Impero, la domanda finale resta inevitabile: cosa si nasconde davvero dietro le porte di Strasburgo?